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19/02/2019

psicologa bambini e adolescenti Modena -

LOGOPEDIA PER BAMBINI: QUANDO RIVOLGERSI AD UN LOGOPEDISTA?

Le famiglie che ogni giorno si rivolgono ad un Logopedista per la presa in carico del loro bambino sono ormai molto numerose. Ma chi è il logopedista e di cosa si occupa?

 

Chi è il logopedista?

Il Logopedista è il professionista sanitario che si occupa della valutazione e del trattamento di numerose patologie dell’età evolutiva, adulta e geriatrica.

In età evolutiva, il logopedista interviene attuando un piano terapeutico indirizzato a incrementare le abilità del bambino attraverso un trattamento diretto, ma anche sostenendo la famiglia, la scuola e la rete educativa del paziente al fine di garantire la miglior presa in carico possibile.

Il logopedista attua il suo intervento all’interno di un progetto condiviso con un’équipe multi professionale.

 

Di cosa si occupa il logopedista?

Il logopedista, nello specifico si occupa di:

·         Disfonia: alterazione dei parametri della voce

·         Balbuzie: alterazione della normale fluenza dell’eloquio.

·         Disartria: difficoltà ad articolare la parola per un problema neurologico (ad esempio nelle paralisi cerebrali infantili, nella malattia di Parkinson, nelle sclerosi multiple etc.). 

·         Disturbi deglutitori (disfagia e deglutizione atipica)

·         Disturbo fonetico (dislalie), ovvero gli errori di pronuncia

·         Disturbi evolutivi del linguaggio, ovvero il ritardo o la distorsione delle tappe di acquisizione del linguaggio, in cui rientrano i Disturbi Specifici di Linguaggio (DSL).

·         Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), quali la dislessia (difficoltà nella lettura e nella comprensione di ciò che si è letto), la disortografia (difficoltà nella nell’uso corretto del codice scritto e nel rispetto delle regole ortografiche), la discalculia (difficoltà di calcolo) e la disgrafia (difficoltà nell’uso del segno grafico).

·         Le difficoltà di comunicazione o di linguaggio, le cui cause possono essere di origine genetica o derivanti da fattori diversi quali :sordità, autismo, meningoencefaliti, iperattività e deficit attentivi, inadeguatezza socio-culturale, multilinguismo.

 

Quando è importante rivolgersi al logopedista?

Il logopedista interviene fin dai primi anni di vita del bambino.  

È importante chiedere un consulto precocemente se ci si accorge che il nostro bambino  

·         Non ha ancora cominciato a parlare a 2 anni, o utilizza un lessico estremamente limitato (mamma, papà e pochi altri vocaboli);

·         Non comprende le parole e gli ordini (anche i più semplici!);

·         Non si gira se chiamato per nome;

·         Le parole che utilizza sono costituite da una sola sillaba;

·         Non si esprime in maniera comprensibile (da 3 anni in poi);

·         Non pronuncia bene alcune lettere o scambia le lettere all’interno delle parole;

·         Non deglutisce bene;

·         Balbetta;

·         Fatica a concentrarsi per lunghi periodi;

·         Non ha una buona coordinazione motoria, scrive e disegna male;

·         Ha difficoltà a scrivere e leggere, compie errori ortografici;

·         Ha difficoltà ad eseguire i calcoli matematici e ad imparare le tabelline;

·         Ha difficoltà ad imparare a memoria;

·         Non sta fermo un attimo, non esegue gli ordini e non si concentra su nulla;

·         Ha un linguaggio limitato e un vocabolario ristretto;

·         Ha difficoltà ad imparare parole nuove o compie errori nel trovare le parole da utilizzare;

·         Fa uso di frasi accorciate, sgrammaticate o semplificate, omette parti importanti della frase, usa le parole in un ordine scorretto.

 

Come interviene il logopedista?

Il logopedista interviene in ogni fase del processo valutativo e terapeutico attraverso le modalità più adatte alle caratteristiche del bambino.

Il primo strumento fondamentale per la stesura del progetto riabilitativo è il bilancio logopedico, attraverso il quale il logopedista valuta le abilità del paziente, le compromissioni presenti e ne stabilisce la gravità al fine di creare il percorso riabilitativo più mirato ed efficace possibile.

In seguito alla stesura del bilancio logopedico, è compito del logopedista pianificare un intervento terapeutico mirato alle esigenze specifiche del bambino; la frequenza con cui viene eseguito il trattamento dipende dalla gravità del disturbo, dai bisogni del singolo paziente e dalle raccomandazioni cliniche di carattere nazionale ed internazionale.

Infine, importante compito del logopedista è svolgere attività di counselling, volto a sostenere la famiglia o i caregivers nel percorso abilitativo-rieducativo-riabilitativo. Pianificare momenti di incontro e scambio è fondamentale, per condividere obiettivi di lavoro e strategie facilitanti e, per creare un ambiente che favorisca la generalizzazione degli obiettivi. In età scolare è importante estendere il counselling anche alla scuola  e alla rete educativa del bambino al fine di monitorare i progressi nel contesto sociale e per fornire strategie utili ai docenti e agli educatori  per raggiungere il successo scolastico e di vita.

 

In caso di dubbi ed incertezze da parte, è fondamentale non temporeggiare ma rivolgersi ad un professionista qualificato per avere una valutazione oggettiva delle eventuali difficoltà ed intervenire tempestivamente per ottenere il miglior risultato possibile!

13/01/2018

psicologa bambini e adolescenti Modena -

COS’E’ LA DISFONIA INFANTILE?

Consigli per i genitori per riconoscerla e affrontarla

Non è raro che i bambini siano soggetti a improvvisi cali di voce. In alcuni casi questo fenomeno può essere temporaneo, oppure può ripresentarsi di frequente o protrarsi a lungo nel tempo. In quest’ultimo caso parliamo di disfonia.

La disfonia viene definita un’alterazione qualitativa e quantitativa della voce, che può comparire negli adulti come nei bambini, ed è causata da un cattivo uso della propria voce.

Le caratteristiche della voce del bambino (e dell’adulto) disfonico sono:

·         frequenti e improvvisi sbalzi di intensità,

·         forte componente di rumore all’ascolto,

·         sensazione di sforzo fonatorio.

E’ normale per il bambino  avere abbassamenti di voce, la condizione diventa preoccupante quando questi si presentano frequentemente in un limitato periodo di tempo.

La Disfonia viene spesso sottovalutata perché mascherata da frequenti patologie a carico dell’apparato respiratorio (come raffreddori, riniti e faringiti), le quali rischiano a loro volta di peggiorare l’uso che il bambino ha della voce, infatti quando la voce non è efficace il bambino cerca di compensare attuando una spinta muscolare della zona laringea che si traduce con un aumento di intensità della voce. Questo meccanismo di abuso vocale causa un ulteriore sforzo a carico non solo delle corde vocali ma dell’intero apparato pneumo-fono-articolatorio. Un atteggiamento vocale di questo tipo, se perdura nel tempo può portare alla comparsa di edemi (ovvero gonfiori a livello delle corde vocali), ispessimenti (meglio definiti come noduli) o neoformazioni (polipi cordali).

Lo sforzo vocale è spesso associato ad una alterata respirazione, una postura scorretta o all’esposizione del bambino ad agenti irritanti come il fumo.

Quali sono le cause principali dell’abuso vocale?

Situazioni ad alta competitività verbale tra coetanei o abitudini familiari come richiami da una stanza all’altra o urli, rappresentano i principali fattori scatenanti delle disfonie infantili; il bambino si abitua a ricorre alla voce come mezzo attraverso il quale imporre la propria presenza.

Il bambino disfonico spesso nasconde un disagio indotto da carenza di ascolto, bisogno di attenzioni, competizione tra fratelli e/o compagni.

E’ necessario porre attenzione al bambino che presenta frequenti e improvvisi abbassamenti di voce e che tende ad avere un atteggiamento da sforzo vocale, rivolgendosi al proprio pediatra e alle figure specializzate di riferimento, come l’otorinolaringoiatra o foniatra e il logopedista. La visita foniatrica o otorinolaringoiatrica metterà in rilievo, attraverso un esame obiettivo della laringe, le alterazioni a carico delle corde vocali (edemi o noduli) e darà le iniziali indicazioni per iniziare quanto prima il trattamento con il logopedista.

La presa in carico riabilitativa da parte del logopedista è rivolta sia al bambino che ai genitori; motivare e coinvolgere il bambino con attività ludiche è indispensabile per aumentare la consapevolezza del comportamento vocale adottato, tanto quanto è importante parlare con i genitori, condividere gli obiettivi e le modalità di intervento.

L’obiettivo finale è l’eliminazione delle abitudini familiari e scolastiche che concorrono a favorire nel bambino un uso scorretto della voce.

Qualche buon consiglio per i genitori:

-       Fornire un buon esempio vocale evitando di parlare a voce troppo alta

-       Insegnare al proprio figlio che quando vuole richiamare l’attenzione degli altri è meglio avvicinarsi

-       Migliorare la capacità di ascolto nei confronti del proprio figlio

-       Favorire una conversazione pacata e tranquilla

-       Rallentare i ritmi di vita e dare al bambino il tempo di parlare con calma

-       Diminuire i rumori ambientali abbassando il volume di radio e televisione

-       Curare il grado di umidità degli ambienti

-       Insegnare al bambino a soffiarsi frequentemente il naso

-       Invitare il bambino ad evitare le imitazioni di voci, suoni e rumori dei cartoni animati,  in particolare quelli più forti e aggressivi

 

02/10/2017

psicologa bambini e adolescenti Modena -

                                    PERSONE E RELAZIONI: PERIFERIE ESISTENZIALI

                      Evento di martedì 10 ottobre, ore 19,30 presso Studi Cognitivi,

                                                  via Scaglia est 15/17, Modena

I professionisti di Studi Cognitivi - centro di Psicologia, Psicoterapia, Ricerca e Scuola di Specializzazione in Psicoterapia cognitivo-comportamentale, sono lieti di invitarvi all'evento "Persone e Relazioni: periferie esistenziali", organizzato in occasione della Giornata Nazionale della Psicologia.

Con il patrocinio dell'Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna, gli specialisti saranno a disposizione dei partecipanti per offrire momenti di dialogo, confornto e informazione su varie tematiche psicologiche. L'equipe di Mentevolutiva sarà lieta di accogliervi  per discutere di argomenti inerenti l'età evolutiva, dall'infanzia all'adolescenza.

Dopo l'incontro, Studi Cognitivi  è lieta di invitare tutti i partecipanti al buffet organizzato presso la propria sede, in Strada Scaglia Est 15/17, Modena.

E' richiesta conferma di partecipazione tramite pagina facebook Studi Cognitivi Modena o via WhatsApp al numero 366 7388360.

Il Centro Clinico Studi Cognitivi si occupa del trattamento del disagio psicologico in diverse aree:

- Età evolutiva

- Sfera emotivo-affettiva

- Ansia e depressione

- Disabilità

- Coppia

- Sessualità

- Comportamento Alimentare

- Eventi critici e traumatici

 

Vi aspettiamo numerosi!

12/09/2017

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LO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO NEL BAMBINO - INDICAZIONI PER I GENITORI

Nel bambino normotipico l’acquisizione del linguaggio si sviluppa secondo tappe definite. Il ritmo di acquisizione può variare da un bambino ad un altro all’interno dello stesso range temporale.

I bambini sono predisposti fisiologicamente ad apprendere il linguaggio se esposti a una lingua. Il sistema uditivo percepisce i suoni che vengono trasmessi al cervello e vengono elaborati dandovi un significato.

 

LE FASI DI SVILUPPO DEL LINGUAGGIO

Primi 2 mesi di vita

Il primo suono prodotto dal bambino è il pianto con il quale comunica tutti i suoi bisogni (fame, sete, freddo, disagio fisico…)

 

Tra il 2° e il 6° mese

Compaiono le vocalizzazioni. Il bambino comunica e risponde all’adulto con l’emissione di vocali (PROTOCONVERSAZIONI).

A 6 mesi il bambino è in grado di controllare la propria emissione vocalica e compare la LALLAZIONE (o BABBLING CANONICO) ovvero la ripetizione di consonante-vocale (es. MA-MA-MA-MA).

Con il passare dei mesi la lallazione diventerà sempre più complessa e variegata.

 

Tra i 9 e i 13 mesi

Emerge un’intenzionalità comunicativa basata

a)     sulla produzione di semplici parole con un’alta valenza affettiva (es. MAMMA, PAPA’)

b)     uso di gesti di indicazione (DEITTICI) per comunicare il desiderio/bisogno di una persona o di un oggetto

A 1 anno il bambino utilizza l’OLOFRASE ovvero con una parola esprime il concetto di un’intera frase (es. NANNA per esprimere “voglio andare nel mio lettino a fare la nanna”).

 

Tra i 15 e i 20 mesi

Si assiste ad un’esplosione del vocabolario del bambino.

A 16-18 mesi un bambino normotipico produce circa 50 parole.

Compare la frase costituita dalla combinatoria di almeno 2 parole (di solito sostantivi) (es. MAMMA-PAPPA).

Nonostante ciò in questo periodo il bambino capisce molte più parole di quante sia in grado di produrne.

Aumenta la produzione di gesti e ne cambia la tipologia: compaiono gesti che “sostituiscono” un oggetto (es. mette la mano all’orecchio per far finta di telefonare).

Dai 18-20 mesi si ha la cosiddetta ESPLOSIONE DEL VOCABOLARIO, ovvero il bambino è in grado di produrre in poco tempo molte più parole.

 

Tra i 2 e i 3 anni

Aumenta la lunghezza media della frase. Si sviluppa soprattutto la morfosintassi (cioè la struttura grammaticale della frase). Compaiono verbi e aggettivi.

 

Tra i 3 e i 4 anni

I bambini raggiungono l’apprendimento delle strutture di base che compongono gli enunciati di una lingua.

 

COSA SI INTENDE PER DISTURBO DEL LINGUAGGIO?

Danni o limitazioni ad uno o più componenti formali del linguaggio possono portare ad una comparsa tardiva, o sviluppo deficitario, o assenza del linguaggio. L’evoluzione nel tempo varia in rapporto alla gravità e alla persistenza del disturbo.

I disturbi del linguaggio possono essere  PRIMARI (ovvero isolati) o SECONDARI (associati ad altre problematiche).

 

I DISTURBI SPECIFICI DEL LINGUAGGIO

Rappresentano un insieme eterogeneo di quadri sindromici caratterizzati da un ritardo o disordine in uno o più ambiti dello sviluppo linguistico in assenza di deficit cognitivi, sensoriali, motori, affettivi e di importanti carenze socio-ambientali (Cipriani, Chilosi 1995).

Sia il ritardo di linguaggio che il disturbo specifico del linguaggio (DSL) rappresentano una condizione frequente in età prescolare. E’ generalmente considerato un disturbo transitorio dello sviluppo a prognosi favorevole se trattato tempestivamente.

 

QUALI SONO I CAMPANELLI D’ALLARME?

Gli indicatori precoci di ritardo o disturbo del linguaggio (sotto i 3 anni):

 

-       assenza della lallazione canonica (tra i 5 e i 9 mesi)

-       assenza della lallazione variegata (intorno ai 10 mesi)

-       assenza di gesti deittici e referenziali (tra 12-24 mesi)

-       mancata acquisizione di schemi d’azione con gli oggetti (a 12 mesi)

-       scarsa presenza del gioco simbolico (a 24-30 mesi)

-       ritardo o assenza nella combinatoria gesto-parola (a 12-18 mesi)

-       vocabolario ridotto  (inferiore a 20 parole a 18 mesi e inferiore a 50 parole a 24 mesi)

-       non risponde al proprio nome (a 18 mesi)

-       non comprende semplici richieste non troppo contestualizzate che implicano una decodifica del linguaggio (es. “prendi la palla” dai 18 mesi)

-       persistenza di un linguaggio verbale incomprensibile (dai 30 mesi)

-       assenza di combinatoria parola-parola (a 24 mesi)

 

COSA SONO E QUALI SONO LE ABITUDINI VIZIATE?

Le abitudini viziate sono comportamenti scorretti che apprende il bambino, se prolungati nel tempo possono avere conseguenze negative sull’apparato bucco-facciale.

Le principali sono:

-       uso del ciuccio

-       succhiare le dita

-       masticare poco e veloce

-       uso protratto del biberon (oltre i 18 mesi circa)

causano:

-       mal occlusioni

-       respirazione orale

-       ingrossamento e infiammazione delle tonsille

-       dislalie

 

QUANDO E’ NECESSARIO L’INTERVENTO DEL LOGOPEDISTA?

Se a 3-4 anni sono presenti le seguenti difficoltà:

-       assenza di capacità combinatoria di almeno 2 parole (nome-predicato)

-       scarsa o assente presenza di dettagli morfologici e sintattici (uso di articoli, declinazione per genere e numero, coniugazione dei verbi)

-       presenza di pochi fonemi consonantici

-       presenza di numerosi processi fonologici tali da rendere l’eloquio inintellegibile (es. “poto ato fia” per “il topo è andato via”)

-       scarsa comprensione delle richieste didattiche

-       ridotto numero di vocaboli

 

Se a 4-5 anni è presente il seguente quadro:

-       inventario fonetico incompleto (assenza di 1 o più suoni consonantici) o semplificazioni di di gruppi consonantici

-       persistenza di processi fonologici che alterano l’intellegibilità dell’eloquio

-       vocabolario povero e aspecifico

-       lentezza nel reperire le etichette lessicali

Il logopedista esegue un’accurata valutazione attraverso test standardizzati e un’analisi qualitativa del linguaggio del bambino durante il gioco. In seguito se ritenuto necessario proporrà alla famiglia un percorso logopedico per migliorare le competenze linguistiche del bambino attraverso attività prevalentemente ludiche.

 

SUGGERIMENTI AI GENITORI PER FAVORIRE UN BUON SVILUPPO LINGUISTICO

L’apprendimento del linguaggio dipende dallo sviluppo cognitivo, dalla maturazione delle strutture anatomiche e dalla stimolazione linguistica fatta dagli adulti che si relazionano con il bambino.

E’ importante:

-       leggere libri e rendere il bambino partecipe del racconto

-       insegnargli nuove parole attraverso il gioco

-       non anticipare i suoi discorsi ma ascoltare e rispettare i suoi tempi

-       non utilizzare il “bambinese” (es. “bau” per cane) ma preferire un linguaggio semplice e adatto alla specifica fase di sviluppo

-       parlare al bambino fin dalla nascita e non pensare che non sia in grado di capire

-       utilizzare un eloquio lento e calmo

05/06/2017

LA SEPARAZIONE DEI GENITORI

psicologa bambini e adolescenti Modena - LA SEPARAZIONE DEI GENITORI

LA SEPARAZIONE DEI GENITORI: COME DIRLO AI FIGLI?

 LE DOMANDE FREQUENTI DEI GENITORI

Decidere di separarsi non è mai una scelta facile, soprattutto se si è genitori. Spesso accade che i genitori diano colpa alla presenza dei figli quale impedimento principale alla separazione, non considerando che la convivenza “forzata” può causare molti più danni emotivi di una separazione ben gestita. La notizia della separazione ai propri figli è un momento estremamente delicato e va affrontato con cautela. I genitori possono trovarsi impreparati ad affrontare questa situazione, vivono forti sensi di colpa e questo può portare a evitare di affrontare l’argomento in modo chiaro ed esplicito.

Di seguito presentiamo alcune risposte di psicologi esperti a frequenti domande poste dai genitori in fase di separazione.

Quando è utile separarsi?

Scegliere la strada della separazione può essere così doloroso da indurre i genitori a procrastinare, spesso “per il bene dei figli”. In questi casi è importante che la coppia si domandi se la preoccupazione per i figli sia reale, oppure se non nasconda un desiderio più profondo di non affrontare la separazione. Fare chiarezza sui propri bisogni è estremamente importante perché aiuta a differenziare le proprie necessità da quelle dei figli i quali, soprattutto in momenti così delicati, hanno bisogni propri e definiti, che necessitano di essere visti e riconosciuti. Un altro errore frequente delle coppie in crisi è quello di aspettare “il momento giusto”, determinando il più delle volte un aumento della conflittualità e dell’intolleranza reciproca. E’ bene sottolineare che quando i litigi sono troppo frequenti la separazione può essere una buona soluzione anche per i figli. Vivere in un clima conflittuale ha delle ripercussioni negative sullo stato di benessere dei bambini, molto più di una separazione.

Come comunicarlo ai figli?

L’indicazione principale è quella di non nascondere lo stato delle cose pensando che i figli non se ne accorgano. I bambini sono dei veri e propri recettori di stati di tensione e hanno una grande capacità di percepire i cambiamenti nel modo di fare, di parlare e di comportarsi della coppia genitoriale. Nascondere non serve, anzi, non parlare apertamente della situazione può causare ancora più ansia e agitazione soprattutto nei bambini più piccoli, i quali, avendo una mente centrata su di sé, tenderanno a cercare le cause dei litigi in qualcosa che hanno fatto o detto, colpevolizzandosi.

Inoltre, è meglio non dare la notizia a cosa già completata, ma preparare i bambini ai cambiamenti che stanno per avvenire in modo da dare loro prevedibilità. Alcuni accorgimenti utili sono l’andare a vedere la nuova casa del genitore che uscirà, coinvolgere i figli nell’acquisto della nuova cameretta, definire con chiarezza in anticipo tempi e modi di frequentazione dei genitori, cercando di limitare i viaggi e gli spostamenti.

Qual è il momento giusto per dirlo?

Come accade ogni volta che dobbiamo fare una comunicazione importante, è inutile aspettare il momento giusto, meglio crearlo.

Se si piange mentre si comunica la separazione non è un problema; se non si piange per questo, per cosa dovremmo piangere?

Quali sono le frasi migliori da dire?

Come in tutte le situazioni, anche in questo caso non esistono delle parole “giuste” o “sbagliate”; la cosa importante è spiegare i fatti in modo veritiero, senza cercare di minimizzare la realtà e le conseguenze. Ad esempio, è inutile dire “Non preoccupatevi, non cambierà nulla”, perché è una falsità. I figli hanno il diritto di preoccuparsi delle conseguenze perché anche loro saranno coinvolti negli inevitabili cambiamenti. Quello che non cambierà, e che è giusto sottolineare, è l’amore dei genitori nei loro confronti. Una frase utile potrebbe essere: “Come vi sarete già accorti, la mamma e il papà non vanno più d’accordo. Ci siamo amati per tanto tempo ma ora il nostro amore è finito, quindi abbiamo deciso insieme che è meglio vivere in due case diverse. Il nostro amore per voi non finirà mai, per questo cercheremo la soluzione migliore per far sì che possiamo continuare a vedervi e a stare con voi.” Una frase di questo tipo lascia passare il messaggio che sono gli adulti a prendere le decisioni, pur tenendo conto delle esigenze dei figli. E’ inopportuno mettere i figli al corrente di eventuali tradimenti causa della separazione soprattutto se molto piccoli e se siamo sicuri che non se ne siano accorti.

Quali sono le reazioni più comuni dei figli?

Le emozioni più frequenti provate dai bambini e dagli adolescenti sono l’ansia e la rabbia. L’ansia è legata ai cambiamenti che avverranno, per questo dare indicazioni precise sui cambi di organizzazione è molto utile per aiutarli a gestire l’ansia. La rabbia può essere legata a un senso di ingiustizia oppure a una conflittualità già presente verso la coppia genitoriale o verso un genitore in particolare. Questa situazione è molto più frequente negli adolescenti che nei bambini. E’opportuno non accentuare sentimenti rancorosi nei figli parlando male dell’altro genitore in sua assenza. I figli vanno protetti, non utilizzati come intermediari o come contenitori dei conflitti genitoriali.

Se i bambini sono molto piccoli si privilegia un tempo maggiore con la mamma, altrimenti, se c’è un desiderio reciproco di stare con i figli, generalmente si opta per una divisione equa del tempo da trascorrere con l’uno o l’altro genitore. Questi tempi vanno gestiti dalle figure genitoriali al fine di evitare ai bambini di metterli nell’infelice posizione di dover scegliere.

E’ importante rispettare questi tempi per dare ai bambini una maggiore prevedibilità e stabilire nuove routine. Infine, è buona norma evitare che i bambini vivano con la valigia tra una casa e l’altra.

25/04/2017

ERASER CHALLENGE

psicologa bambini e adolescenti Modena - ERASER CHALLENGE

ERASER CHALLENGE, CANCELLARSI LA PELLE FINO A PROCURARSI USTIONI

Folle moda adolescenziale o autolesionismo?

L’Eraser Challenge, conosciuta anche come ABC game, è l’ultima preoccupante moda che spopola sui social network tra gli adolescenti. Si tratta di una sfida che ha preso vita in una scuola media del Nord Carolina e consiste nel procurarsi bruciature sulle braccia o sulle gambe con la gomma da cancellare, mentre si recita ad alta voce l’alfabeto o altre frasi a ripetizione. Al termine dell’atto i ragazzi postano  sui social network, in particolare su facebook o instagram, le foto delle lesioni e chi posta la ferita più grande è pubblicamente dichiarato vincitore. I ragazzi coinvolti hanno un’età che varia dagli 11 ai 14 anni, per ora il fenomeno sembra essere diffuso solo negli Stati Uniti ma potrebbe arrivare anche in Italia.

L’atto di procurarsi ferite con vari oggetti (lamette, chiodi, coltelli) è un elemento piuttosto frequente negli adolescenti che vivono un profondo disagio emotivo o esistenziale. Provocarsi intenzionalmente dolore ha lo scopo di lenire provvisoriamente una sofferenza psicologica nascosta, taciuta, non compresa e vissuta dagli adolescenti come intollerabile e non gestibile. Il dolore fisico permette di controllare, seppur per un brevissimo lasso di tempo, il dolore emotivo. L’autolesionismo non va mai sottovalutato perché dietro la ferita fisica può nascondersi una ferita ben più profonda che necessita di cure specialistiche, oltre che di sostegno e di supporto.

Il fenomeno dell’eraser challenge ha una caratteristica che lo contraddistingue nettamente dall’autolesionismo, ovvero la condivisione pubblica. Gli adolescenti che si infliggono tagli o bruciature spesso nascondono le loro ferite sotto le maniche lunghe (anche in piena estate) o dietro la porta del bagno rigorosamente chiusa a chiave; lo stato d’animo correlato è di vergogna e imbarazzo, i ragazzi vivono il timore di essere giudicati, non compresi o ridicolizzati. L’ABC game invece si presenta come una sfida, un rito di inizializzazione pubblica nel quale la posta in gioco è l’auto-affermazione di sé, il riconoscimento sociale della propria forza e il raggiungimento di un certo status sociale nel gruppo dei pari. Ciò non significa che non necessiti di attenzione, anzi. L’eraser challenge è una forma di emulazione molto preoccupante che deve fare interrogare sui veri motivi, psicologici e sociali, che inducono gli adolescenti a mettere in atto questi comportamenti.

Se avete un adolescente in famiglia è buona prassi tenere sotto controllo le condizioni della pelle del ragazzo; anche una comune visita di controllo dal medico di famiglia può essere una strategia utile per verificare la presenza di lesioni o ferite. Se individuate comportamenti strani, come indossare maniche lunghe anche in estate, passare molto tempo da soli, essere in possesso di lamette, seghetti, chiodi o in generale di oggetti affilati, prestate maggiore attenzione allo stato emotivo del ragazzo e nel caso rivolgetevi a uno specialista.

03/04/2017

PSICOTERAPIA DI GRUPPO PER ADOLESCENTI

psicologa bambini e adolescenti Modena - PSICOTERAPIA DI GRUPPO PER ADOLESCENTI

Sempre con maggiore frequenza vediamo nei nostri ambulatori adolescenti in difficoltà dal punto di vista relazionale e, per questo motivo, vivono un profondo disagio emotivo. Le caratteristiche che accomunano questi adolescenti sono la timidezza, la tendenza ad avere un giudizio negativo di sè, il fare  uso eccessivo di video-giochi o intrattenersi in attività solitarie. Spesso si tratta di ragazzi che provano forte disagio nelle relazioni con i coetanei e che tendono sempre di più a isolarsi, fino ad abbandonare, nei casi più gravi, anche le attività sportive, ludiche e scolastiche.

Un altro aspetto a volte correlato a queste situazioni di disagio è il bullismo. Le vittime di bullismo sono infatti ragazzi tendenzialmente timidi, remissivi, che vengono esclusi dalle situazioni sociali (feste, compleanni, attività extrascolastiche) e che assumono un atteggiamento di passività di fronte alle azioni coercitive dei compagni bulli. Il bullismo può presentarsi a scuola, ma anche nel mondo dei social network; è infatti sempre più diffuso il fenomeno del cyberbullismo, che sembra avere un impatto ancor più significativo e devastante sulle vittime perché si trovano a essere umiliati e ridicolizzati pubblicamente in un luogo in cui non è possibile nascondersi.

Dal punto di vista psicologico, il disagio emotivo può manifestarsi attraverso diversi sintomi, quali la depressione, l’ansia generalizzata o specifica per le situazioni sociali, la fobia scolastica, i disturbi del sonno o la mancanza di appetito, tutti aspetti che vanno ad aggravare ulteriormente la condizione di sofferenza e che necessitano di un intervento psicoterapeutico mirato.

Nell’ambito della ricerca scientifica, molti studi hanno dimostrato l’efficacia di interventi finalizzati a promuovere lo sviluppo delle abilità sociali; sviluppare strategie comunicative funzionali può migliorare il senso di autoefficacia nelle relazioni interpersonali e può avere un impatto sui sintomi secondari legati alle difficoltà relazionali, come ansia, stress e depressione.

Data la frequenza sempre maggiore di queste problematiche, il Centro Mentevolutiva ha attivato un gruppo psicoterapeutico rivolto ad adolescenti appartenenti alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 21 anni, volto a sviluppare nuove modalità comunicative e in generale a migliorare la qualità di vita degli adolescenti. Il training di gruppo prevede sessioni di role-play e interventi psicoeducativi finalizzati a trovare alternative efficaci per gestire le situazioni critiche, come dichiarare il proprio punto di vista, esprimere disaccordo, fare una richiesta, tollerare una critica, esprimere le proprie emozioni. Sviluppando queste abilità anche le vittime di bullismo potrebbero acquisire gli strumenti necessari per fronteggiare i loro carnefici e mettere fine alle angherie che sono stati costretti a subire.

Oltre a migliorare le abilità sociali, la psicoterapia di gruppo si rivela molto efficace perché offre la possibilità di condividere il proprio disagio, di abbandonare la sensazione di solitudine e di sentirsi appartenenti a un gruppo.

Per maggiori informazioni e contatti vista il nostro sito alla pagina http://www.mentevolutiva.it/contatti.php

 

09/02/2017

Lo sviluppo del linguaggio nei bambini

psicologa bambini e adolescenti Modena - Lo sviluppo del linguaggio nei bambini

Nel corso degli ultimi anni numerose ricerche hanno indagato le principali tappe dell’acquisizione del linguaggio nel bambino, caratterizzate dal susseguirsi di momenti ben definiti che ogni individuo deve attraversare, pur  tenendo presente il ruolo giocato dalla variabilità individuale.

Il linguaggio, inteso come strumento di cui ci serviamo per esprimere concetti e messaggi, non inizia a svilupparsi con la comparsa delle prime parole, ma molto prima. Già nel grembo materno, infatti, il feto inizia a sviluppare l’apparato uditivo e a entrare in contatto con la voce materna, con la melodia, l’intonazione e con i suoni della lingua parlata dalla madre.

Dopo la nascita, il neonato ha immediata necessità di comunicare con l’esterno bisogni ed emozioni e per fare ciò si avvale del pianto. Inizialmente il pianto è l’unico mezzo di cui si serve il bambino per comunicare, solo successivamente (a partire dai 2 mesi di vita) si assiste alla comparsa della voce all’interno di scambi comunicativi che mettono il bambino maggiormente in relazione con l’adulto; compaiono le vocalizzazioni (emissione di vocali) e si creano così le prime protoconversazioni, che vedono il bambino inserito in un contesto comunicativo.

A partire dai 6 mesi il bambino mette in atto il controllo volontario della propria emissione vocale con la comparsa della lallazione (o “babbling canonico”) caratterizzata dalla ripetizione di consonante – vocale (es. MA-MA-MA-MA). Con il passare dei mesi e con l’incremento delle competenze da parte del bambino, la lallazione diventa sempre più complessa e variegata, includendo nuovi suoni e alternanze sillabiche.

Tra i 9 e i 13 mesi emerge l’intenzionalità comunicativa, che si basa sulla produzione di semplici parole ad alta valenza affettiva (es. MAMMA, PAPA’) e sull’uso di gesti di indicazione (deittici) per comunicare il desiderio o il bisogno di una persona o di un oggetto. E’ in questo periodo che si osserva la comparsa delle prime combinatorie composte da una parola e da un gesto di indicazione.

A un anno il bambino comunica attraverso olofrasi, ovvero utilizza una parola per esprimere il concetto di un’intera frase (es. NANNA per esprimere “voglio andare nel mio lettino a fare la nanna”).

Con il passare dei mesi si assiste a un’esplosione del vocabolario del bambino, intorno ai 18 mesi produce all’incirca 50/100 e ne comprende un numero molto maggiore. È questo il momento in cui il bambino inizia a combinare insieme due o più parole (solitamente sostantivi) nel tentativo di produrre le prime frasi. Parallelamente l’utilizzo dei gesti deittici diminuisce in favore della comparsi di gesti referenziali che “sostituiscono” l’oggetto. Il gesto non ha più soltanto uno scopo di richiesta, ma diventa lo strumento utilizzato dal bambino per arricchire il gioco e la comunicazione (es. mette la mano all’orecchio per far finta di telefonare).

I primi anni di vita sono fondamentali per l’acquisizione del linguaggio; a partire dai 24-30 mesi le competenze diventano sempre maggiori e permettono al bambino di ampliare le conversazioni. Il vocabolario si arricchisce di verbi e aggettivi che favoriscono l’allungamento della frase, l’inventario fonetico si completa entro i 36 mesi (a eccezione di alcuni suoni che possono comparire successivamente, come /r/, /gn/, /gl/) ed entro i 48 mesi si raggiunge l’apprendimento delle strutture di base che compongono gli enunciati di una lingua.

Intorno ai 5 anni, in assenza di disturbi del linguaggio o dell’apparato uditivo, ogni bambino dovrebbe aver raggiunto tutte le componenti linguistiche e comunicative. In caso di contrario, può essere utile fare  una valutazione logopedica, basata su giochi e test standardizzati per età; la valutazione è in grado di evidenziare le difficoltà sulle quali intervenire e di individuare  il trattamento logopedico più adatto prima dell’inserimento alla scuola primaria.

 Un intervento mirato sul linguaggio prima dell’inserimento scolastico può ridurre le probabilità per il bambino di scontrarsi con le difficoltà di apprendimento nella letto-scrittura.

 

23/01/2017

Perchè meditare fin da bambini

psicologa bambini e adolescenti Modena - Perchè meditare fin da bambini

 

Che cos’è la mindfulness
Il termine inglese “mindfulness” è la traduzione del termine sanscrito “sati” che significa consapevolezza. La pratica della consapevolezza è stata insegnata più di due millenni fa dal principe Siddharta Gotama (circa 566-486 a.C.) conosciuto come il Buddha, uno dei più grandi geni psicologici e pedagogici dell’umanità. La meditazione è stata l’aspetto dell’insegnamento del Buddha che ha più colpito l’immaginario occidentale. Nel “Grande discorso sui fondamenti della presenza mentale” il Buddha ha insegnato ai suoi discepoli come meditare attraverso la pratica della contemplazione del corpo (consapevolezza del respiro e delle parti del corpo) e della contemplazione delle sensazioni e della mente (osservazione profonda della mente).


Effetti della Mindfulness
La pratica della mindfulness consiste nella capacità di sviluppare e mantenere un’attenzione consapevole.
Il ruolo dell’attenzione è centrale nella meditazione. Essa non è dunque una tecnica di rilassamento bensì una pratica per sviluppare l’attenzione volontaria. L’attenzione è una delle funzioni psicologiche umane più importanti e misteriose, centrale in tutti gli ambiti cognitivi, ma soprattutto nell’apprendimento e nell’educazione.
La mindfulness ha inoltre a che vedere con un altro dominio psicologico tipicamente umano: il tempo. Gli esseri umani sono diventati tali proprio nel momento in cui sono stati capaci di immaginare il loro futuro: per tale ragione hanno cominciato a costruire e a portare con sé oggetti immaginando il loro successivo utilizzo.
L’immaginazione, la memoria e la capacità di pensare al futuro hanno relazioni molto strette.
Un terzo aspetto neuropsicologico fondamentale della mindfulness consiste nella capacità di diventare consapevoli del proprio corpo.
L’educazione e gli stili di vita moderni facilitano lo sviluppo di rapporti squilibrati con il proprio corpo che la Mindfulness aiuta a riequilibrare.

La Mindfulness in età evolutiva
La mindfulness può essere insegnata, con opportuni accorgimenti, anche a soggetti in età evolutiva a partire dai cinque anni di età. Per i bambini più piccoli è meglio iniziare con semplici esercizi che servono ad aumentare la consapevolezza.
Ad esempio, Maria Montessori (1870-1952) ha proposto degli esercizi pratici che servono ad aumentare la concentrazione e la gentilezza. Al momento dell’arrivo in classe gli insegnanti mostrano ai bambini come disporre sul banco gli oggetti necessari per l’attività scolastica, con precisione e grazia, come nella cerimonia giapponese del tè. Durante il pranzo i bambini vengono invitati a apparecchiare e sparecchiare la tavola, concentrandosi nel lavoro manuale. La Montessori ha anche sviluppato giochi specifici per sviluppare la consapevolezza. Nel gioco del silenzio, si chiede ai bambini di rimanere il più possibile a occhi chiusi senza parlare, prestando attenzione a tutto quello che accade. Vince chi riesce a stare più a lungo in silenzio e a raccontare maggiori dettagli dell’esperienza vissuta.
Un secondo gioco consiste nel camminare lungo una linea, ponendo un piede il più vicino possibile vicino all’altro e mantenendo un’andatura aggraziata e fluente.
Per i bambini più piccoli questo è un compito che richiede molta attenzione e che aumenta la consapevolezza del corpo e dei movimenti.
Un terzo esercizio è quello della forma e dello spazio. Viene presentata al bambino una figura complessa, ad esempio una parte di una stanza o di un giardino, e gli si chiede di disegnare il profilo degli spazi vuoti che separano le forme (e non il contorno delle forme degli oggetti). In questo modo si invitano i bambini a concentrare la loro attenzione, come nella mindfulness, sulla percezione diretta dell’esperienza e non sui concetti.
Le pratiche di meditazione con i bambini sono simili a quelle degli adulti ma le modalità e i tempi possono essere differenti. Con i bambini più piccoli la durata delle sedute di meditazione è molto breve (all’inizio un minuto al massimo). È meglio che la meditazione formale sia eseguita possibilmente alla stessa ora e in una stanza a essa dedicata, sgombra da mobili. I bambini vengono invitati a entrare nella stanza in silenzio, a togliersi le scarpe e a sedersi in cerchio. Prima di iniziare una seduta si consiglia di far eseguire dei semplici esercizi di stretching, come allungarsi il più possibile alzandosi sulla punta dei piedi e tenendo le braccia in alto. Tra una procedura e l’altra i bambini possono essere invitati a muoversi. Prima di iniziare un esercizio si spiega ai bambini quello che si farà e vengono stabilite semplici regole per mantenere il silenzio e la concentrazione. Alla fine della meditazione c’è uno spazio per la condivisione delle esperienze, per poter esprimere le proprie difficoltà e discuterne. È fondamentale che il conduttore abbia significative competenze psico-pedagogiche e una conoscenza teorico/pratica della meditazione. A seconda della fascia d’età (5-8, 9-12, 13-18 anni) si consigliano tecniche e procedure di meditazione specifiche.

Effetti della Mindfulness in età evolutiva
Come nella meditazione degli adulti, anche nei bambini la mindfulness ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza di quello che accade intorno a noi e nella nostra mente. Per diventare consapevoli è necessario che la mente sia concentrata su di un  compito. Imparare a meditare significa dunque imparare a concentrarsi. Anche con i bambini, uno dei modi più semplici per iniziare la meditazione è quello di concentrarsi sul respiro, sulla sensazione di freschezza che l’aria entrando provoca nelle narici e sulla sensazione di calore nella espirazione. L’esercizio di consapevolezza del corpo può essere eseguito invitando i bambini a sdraiarsi sul pavimento, in cerchio con i piedi rivolti verso il centro, in modo da formare una ruota. Si suggerisce ai bambini di diventare consapevoli del proprio corpo, di sentire il pavimento sotto di sé, di rilassare i piedi e poi le gambe; poi di estendere la consapevolezza e il rilassamento a tutto il corpo salendo fino alla schiena, alle braccia, alle spalle, al collo e infine al volto. Molto importante è aiutare i bambini a diventare consapevoli delle proprie emozioni: il pregio fondamentale della mindfulness è quello di far aumentare nei bambini la consapevolezza di essere coscienti, di essere gli autori della propria esperienza nel mondo, e di aumentare il “ricordo di sé” .
Inutile dire che anche nell’età più difficile per eccellenza, quella adolescenziale, la mindfulness aiuta a mentenere un controllo maggiore sulle proprie emozioni, che nasce dal riconoscimento delle stesse, insieme a una maggiore consapevolezza del corpo e del suo funzionamento (con un conseguente minore rischio di dipendenze da droghe e alcol) e di uno sviluppo del pensiero critico che aiuta a prendere decisioni in modo più autonomo e consapevole.
Meritano infine di essere menzionati gli effetti della mindfulness sui soggetti in età evolutiva affetti da sindrome di attenzione e iperattività e da DSA. In entrambi i casi la Mindfulness migliora i tempi di attenzione e la memoria di lavoro con una ricaduta positiva sugli apprendimenti scolastici. La consapevolezza maggiore del corpo e degli spazi che lo circondano, infine, regola la quantità e la qualità del movimento in soggetti iperattivi, favorendo il benessere nel bambino e adolescente e diminuendo il disagio nei genitori e negli educatori.

PAROLE CHIAVE
Mindfulness, consapevolezza, attenzione, età evolutiva

10/10/2016

Disturbi Evolutivi Specifici dell’Apprendimento

psicologa bambini e adolescenti Modena - Disturbi Evolutivi Specifici dell’Apprendimento

Negli ultimi anni si è posta sempre maggiore attenzione alle difficoltà presentate da bambini e  ragazzi a scuola portando all’attenzione di tutti i Disturbi Evolutivi Specifici dell’Apprendimento (identificati ormai in modo uniforme con l’acronimo DSA).

Con la pubblicazione nel 2007 delle nuove Raccomandazioni per la pratica clinica elaborate nell’ambito della Consensus Conference è stato possibile raggiungere una definizione e classificazione dei DSA condivisa da tutti professionisti e operatori del settore della scuola delineando in modo chiaro le modalità utili per giungere ad una diagnosi accurata.

I disturbi specifici di apprendimento rappresentano un gruppo eterogeneo di disturbi caratterizzati da significative difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di abilità di lettura, scrittura, comprensione del testo, calcolo e ragionamento matematico, verosimilmente legati a disfunzioni del sistema nervoso centrale.

Bambini che si trovano ad affrontare nel loro percorso di studio tali difficoltà possono, se non aiutati e sostenuti in modo adeguato, manifestare demotivazione, senso di frustrazione, scarsa autostima fino al rifiuto nei confronti della scuola.

Un “Disturbo Specifico dell’Apprendimento” si riferisce ad una ben precisa categoria diagnostica, identificata da criteri oggettivi e ben precisi che deve essere distinto in modo chiaro da “difficoltà di apprendimento” più generiche si possono manifestare nell’ambito scolastico.

In passato bambini e ragazzi con dsa venivano erroneamento confusi con bambini svogliati, poco motivati o poco intelligenti, oggi invecie sappiamo che queste difficoltà si manifestano in bambini intelligenti e spesso si possono evidenziare già nelle prime fasi del percorso scolastico.

I diversi Disturbi Specifici di Apprendimento sono:

-       Disturbo della lettura (Dislessia)

-       Disturbo dell’espessione scritta (Disortografia e Disgrafia)

-       Disturbo del calcolo (Discalculia)

La regione Emilia Romagna ha precisato che le diagnosi di DSA possano essere effettuate da operatori dei servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza delle Ausl e da professionisti privati (psicologi o neuropsichiatri infantili adeguatamente formati in materia (art. 3 legge 170/2010).

Per giungere ad una diagnosi è necessario, dopo aver raccolto informazioni sulla storia di sviluppo del bambino attraverso un incontro con i genitori, svolgere una accurata valutazione neuropsicologica che permetta di indagare le funzioni cognitive, gli apprendimenti, il linguaggio, la memoria, le capacità attentive, le funzioni prassiche ed esecutive, attraverso l’uso di specifici test standardizzati.

I risultati emersi dall’iter valutativo vengono condivisi con la famiglia, spiegati al bambino e utilizzati per progettare un percorso terapeutico personalizzato per sostenere al meglio l’alunno.

Quando necessario il professionista provvede alla stesura della Segnalazione Scolastica che permette al bambino di utilizzare a scuola strumenti compensativi e dispensativi capaci di rendere più immediato e meno complesso l’accesso ai contenuti di studio richiesti dalla scuola.

"Se puoi sognarlo, puoi farlo."

W. Disney

Psicologi per bambini e adolescenti a Modena
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